mercoledì 14 ottobre 2026

Tiratura limitata



Abbiamo prodotto una tiratura limitata di vasetti da centocinquanta grammi di miele di tiglio, un formato perfetto per accompagnare un piatto di formaggi o per essere inserito in un confezione regalo.

giovedì 8 ottobre 2026

Lavori in corso...


Anche il confezionamento nei vasetti diventa un'arte raffinata: uno per uno, senza fretta e con la giusta cura da dedicare alle cose importanti.

lunedì 28 settembre 2026

Una residenza attiva...

Lo stand degli orti del Pellicano nel corso della sagra di San Michele a Castiraga Vidardo: una partita giocata in casa, grazie all'invito dell'amministrazione comunale e della sindaca, Emma Perfetti, che ringraziamo per la collaborazione e la partecipazione.







venerdì 25 settembre 2026

L'ultima domenica di settembre...


Una domenica (quasi) a chilometro zero: Castiraga Vidardo è il comune che ci ospita da 35 anni e siamo felicissimi di partecipare alla festa di tutta la comunità cittadina.

giovedì 24 settembre 2026

Ricordare il futuro...


“Quello che abbiamo bisogno è rimettere insieme i pezzetti di un nuovo posto. 
Quello che abbiamo bisogno è ricordare il futuro”.
(Allan Gurganus, 1984)

lunedì 21 settembre 2026

Il Pellicano in festa!

Chilometri su chilometri, taglia, impasta, cuoci e pulisci, le giornate che non finiscono più, abbracci a volontà, il menù che scorre, gli amici che arrivano, sorrisi senza sosta, i premi a chi ce l'ha fatta, le pause per una sigaretta, un diluvio di caffè, storie, poesia e fotografie, tutto genuino, dai prodotti degli orti alle strette di mano, progetti & proposte, antipasti, primi e secondi, quindici chili di gelato, il cielo che splende dall'alba, il pomeriggio torrido, i bambini che giocano a calcio con le porte fatte con quattro rami dei pioppi, le api che ronzano, padelle bruciate, pentoloni da lavare, tavoli da sgombrare, connessioni da ripristinare, non possono mancare nemmeno il karaoke, le risate, gli scherzi e un'immane fatica per fare tutto per bene. Il risultato? La felicità.




 








mercoledì 16 settembre 2026

Da "Adesso come adesso" a "Lasciati assalire"...


Michele Casiraghi racconta il suo primo romanzo, Lasciati assalire e i legami con la comunità Il Pellicano, dove ha girato e diretto il pluripremiato cortometraggio, Adesso come adesso, che si può vedere qui.

"Trovare un senso a tutto"


L'espressione finale degli elaborati sviluppati dai partecipanti nel corso delle esperienze di lettura e scrittura della comunità Il Pellicano, 2025/2026.

lunedì 14 settembre 2026

Intervista a Michele Casiraghi

La presentazione di Lasciati assalire è l’occasione per tornare in comunità dove hai girato Adesso come adesso.


La comunità, apparentemente luogo della diversità, diventava un osservatorio da cui guardare quelli che stavano fuori; alla fine non erano più così distinguibili. Gli ospiti cercavano un’altra vita, ma anche io, avevo rovesciato lo sguardo: chi è dentro? Chi è fuori? Chi è normale? Chi è privilegiato? In Lasciati assalire succede qualcosa di analogo: sembrano esserci categorie chiare: falconiere/falco, addestratore/addestrato, libertà/prigionia, bene/male, si crede di sapere chi educa e chi viene educato. Poi le identità si contaminano fino quasi a diventare indistinguibili. Mi sono accorto che già allora mi interessava far saltare un confine. In Adesso come adesso era quello tra quelli “dentro” e quelli “fuori”. In Lasciati assalire è quello tra l’animale e l’uomo.


In un certo senso sia il film che il romanzo partono da un’idea di libertà, che si sviluppa strada facendo.


Sì, credo sia così. Adesso come adesso partiva da un paradosso: persone oggettivamente private di molte libertà vengono trasformate nella “casta eletta”; e proprio così la distinzione tra privilegiato/non privilegiato comincia a sgretolarsi. In Lasciati assalire torna un paradosso simile. Il falco è l’immagine della libertà, vola, eppure vive all'interno di una relazione con il falconiere, fatta di condizionamento, dipendenza, bisogno, addestramento e fiducia. E l’uomo, che apparentemente è libero, scopre le proprie catene interiori. 


In entrambe le occasioni matura la prospettiva della ricerca di un altrove, che forse resta indefinito, ma d’altra parte non si può negarne l’evidenza.


Sì, nelle note di regia di allora ritorna l’idea che gli ospiti desiderino essere qualcun altro, appartenere “di qui o di là”, cercando l’altrove, ma preciso anche che lo stesso fanno quelli che vivono fuori dalla comunità. La visione di Lasciati assalire prende la direzione opposta: interrompere la corsa verso un altrove e riuscire finalmente a sostare dentro di sé. Forse in Adesso come adesso raccontavo degli esseri umani che cercavano continuamente altrove. In Lasciati assalire provo a capire cosa succede quando smetti di cercare altrove e accetti di andare dentro. Una recensione di Adesso come adesso metteva me stesso dentro il dispositivo del film: Michele Casiraghi viene dal “fuori”, da una vita considerata privilegiata, eppure è lui che continua a tornare “dentro”. Il falco comincia a osservare lui. Lo costringe a confrontarsi con ciò che non controlla. In entrambe le creazioni si entra pensando di osservare qualcuno e finisci per essere osservato tu.


Sia Adesso come adesso che Lasciati assalire sono caratterizzati da elementi appariscenti, che possono apparire in prima istanza, dissonanti, ma che hanno un ruolo determinante.


Sì, è vero. Nel film mettevo materialmente una maschera sull’identità: costumi, trucchi, abiti settecenteschi. Attraverso quella finzione cercavo di far emergere qualcosa di autentico. Dicevo che la recitazione imposta dal travestimento si alterna alla verità delle personalità e che il corpo diventa il punto di partenza per far emergere “il loro intimo, il loro doppio”. In Lasciati assalire il falco, il falconiere, il drago, le diverse voci sono differenti forme attraverso cui può parlare un solo io. Prima mettevo una maschera su una persona per vedere cosa sarebbe uscito da sotto, oggi ho creato diverse voci narrative per fare sostanzialmente la stessa operazione. La maschera non nasconde, rivela. In Lasciati assalire il falco svolge quasi la stessa funzione, apparentemente il protagonista parla del falco. L’animale diventa una specie di maschera narrativa attraverso la quale può dire cose che forse da solo non riuscirei a dire.


È stato anche un modo per evidenziare i contrasti, le differenze e forse anche le contraddizioni?


Nelle note di regia di Adesso come adesso avevo scritto che  attraverso la rappresentazione vittime e carnefici si incontrano. Questa idea ritorna nel libro. Chi è il carnefice? Il falco che uccide la preda? Il falconiere che utilizza il falco? L’uomo che limita la libertà dell’animale? 


Forse se dobbiamo trovare un leitmotiv comune è la ricerca di un’identità.


Non c’è dubbio. Nel Pellicano avevo incontrato persone che la società poteva definire tossicodipendente, detenuto o ospite della comunità e avevo costruito un lavoro per far saltare quell'etichetta. In Lasciati assalire l’uomo non è soltanto uomo, contiene il predatore, il bambino, il falco, il drago, l’aggressività, il bisogno, la vulnerabilità. Ho continuato a occuparmi di cosa succede quando smettiamo di definire qualcuno attraverso una sola identità. Allora il “dentro” diventava il “fuori”. Oggi un uomo dentro un falco e un falco nell’uomo. 

domenica 13 settembre 2026

Antonio Mazza, "L'ultimo pasto"

Siamo lieti di annunciare che per tutta la giornata di festa del Pellicano, domenica prossima, 20 settembre, a partire dalle ore 10.00, sarà disponibile la mostra fotografica L’ultimo pasto di Antonio Mazza. Le “denunce visive contro lo spreco e la fame nel mondo” sono il frutto di una raffinata elaborazione artistica, ma anche di una rara sensibilità: non ci sono chef o menù in gara, sul piatto c’è quello che abbiamo già consumato senza pensarci, o quello che a qualcuno non è mai arrivato. L’ultimo pasto parte da una domanda: “Cos’hai mangiato oggi?”, che è una domanda semplice, ma non per tutti. Per milioni di persone, ogni giorno, questa domanda resta sospesa, senza risposta. In silenzio. Come un piatto vuoto e attraverso le elaborazioni fotografiche di Antonio Mazza diventa una riflessione feroce su ciò che manca. Sulla fame. Sulla disuguaglianza. Sullo spreco quotidiano a cui non facciamo più caso. Le immagini, da un Frigo incatenato a un Torsolo di mela, da una Mosca sulla cena agli Avanzi nella spazzatura partono da suggestioni visive generate con l’intelligenza artificiale, poi trasformate da Antonio Mazza in opere fisiche attraverso la stampa Polaroid, l’incisione sull’emulsione, la manipolazione manuale. Ogni scatto è un pezzo unico, un oggetto tangibile, costruito con lentezza e cura. Un ibrido tra futuro e memoria: non sono fotografie da incorniciare, ma ferite da non dimenticare. In un mondo che butta il pane e ignora la sete, le immagini che delineano L’ultimo pasto vogliono farsi ricordo e coscienza. La mostra è bilingue (italiano e inglese) e sarà disponibile un pratico e utilissimo catalogo al modico prezzo di 5 euro. Imperdibile, e quanto mai necessaria.

venerdì 11 settembre 2026

Marco Denti, "Un'aria pesante"


Scarica il PDF qui o leggilo on line:

La primavera del 1986 stava fiorendo nel panico. Una minaccia invisibile gravava su di noi e c’era un messaggio ignoto trasportato dal vento. Il cielo sereno era un’incognita: non era chiaro cosa stava succedendo, e non si capiva quello che ci stavano dicendo. Chernobyl era diventato un enigma quotidiano. Le notizie erano nebulose di parole contorte. Parlavano di un incendio di tonnellate di grafite e zirconio, di gas rari e preziosi dispersi nell’atmosfera, di direzioni delle correnti e di variazioni meteorologiche, tutte variabili complesse e inestricabili. Nell’aria erano stati rilasciati krypton e xenon, iodio, tellurio e cesio, radio nuclidi e raggi gamma e sulle mappe l’Europa e l’Unione Sovietica erano accomunate dalla radioattività, che non conosce frontiere. Gli allarmi erano incessanti. La nube venefica andava a nord, le perturbazioni a sud. Le discussioni su neutroni, protoni ed elettroni, sulle cause dell’incidente, sugli effetti e sui possibili rimedi ci lasciavano attoniti. All’inizio di maggio, quando il pulviscolo si avvicinò al confine alpino, il divieto ministeriale di consumare le verdure fresche e il latte trasformò la precarietà in un’abitudine.

In comunità, il sostentamento veniva dalla terra, per noi e per gli animali che allevavamo. Avevamo problemi più immediati da risolvere. Come dovevamo lavare la lattuga? Potevamo usare le uova? I tuberi erano protetti nei loro rifugi sotterranei? Dovevamo mangiare. Misuravamo il tempo in base ai nostri bisogni, Chernobyl lo scandiva in dimensioni impossibili da immaginare. Diecimila anni. Noi pensavamo in termini di giorni, settimane, al massimo qualche mese per la gestazione dei maiali. Chernobyl aveva spaccato l’atomo e l’aveva sparso urbi et orbi. Il nostro spazio era lì, nell’ansa di un fiume, solo un ponte ci collegava al resto del mondo. Il divario non era solo stratosferico: era inconcepibile, e non sapevamo più cosa mettere in tavola, a parte il pane e le ultime fette di salame. Discutemmo l’idea di coprire le verdure, come se non esistesse le fotosintesi clorofilliana. Ragionavamo se il fieno fosse al riparo sotto il tetto di pannelli di eternit. Avevamo qualcosa di cui parlare, la paura, ma dovevamo anche tirare avanti, e restava la fame. Qualcuno decise di tuffarsi nel Lambro per pescare e tornò a riva con carpe, cavedani e un pesce gatto. Il fiume era limaccioso e il pesce era tutto incrostato di fango. Lo ributtammo dentro. Guardavamo ai movimenti delle foglie con apprensione: gli alberi mandavano segnali preoccupanti, come se tutta la natura fosse diventata velenosa e inaccessibile. La radioattività, vicina o lontana, insisteva ad alimentare un’insidia che, giorno dopo giorno, ci rivelava impotenti. Il cielo non dava risposte, continuava a brillare, vuoto, terso, limpido. Restava uno spazio libero, un orizzonte, l’unico, ma non era più innocente. Non sapevamo cosa conteneva.

Un giorno sentimmo degli spari, seguiti dal crepitio dei pallini che ricadevano sul tetto. Non era tempo di caccia e il piombo in arrivo era un gentile omaggio dei bracconieri, , giusto per non farci mancare niente. Spaventati, avevamo chiamato il guardiacaccia che era arrivato a mezzogiorno e aveva appoggiato fucile e cartucce sul tavolo della sala da pranzo. Non posso lasciarle in macchina, aveva detto. Visto l’arsenale, gli ospiti sparirono in un soffio, e rimasi solo con lui, l’arma lunga ed enorme e le munizioni. Gli mostrai una manciata di pallini di piombo che eravamo riusciti a recuperare e gli dissi che gli spari vicino agli animali era pericolosi. Lui li guardò schifato come se fossero caccole, ma scosse appena la testa. Gli offrii un caffè, gli chiesi se aveva sentore dei bracconieri, ma non rispose e se ne andò come era venuto, raccogliendo il fucile e le munizioni. 

Dopo che furono rimossi i divieti sugli ortaggi e sul latte, e dopo la manifestazione di centomila persone contro il nucleare a Roma, Chernobyl venne soppiantata nelle notizie. Arrivarono i mondiali di calcio in Messico: l’Italia era già qualificata, avendo vinto quattro anni prima in Spagna, e tutti aspettavano di vedere Maradona all’opera. Rimaneva il sospetto, l’incertezza, il dubbio. Ogni tanto un aereo di linea passava lasciando una scia, un ghirigoro che cambiava un po’ il panorama per poi dissolversi nel nulla. La primavera cominciò ad allungarsi verso l’estate. Le giornate era infinite. Guardavamo il tramonto pensando al disastro nucleare, che era avvenuto proprio dall’altra parte. Arrivò la pioggia che avrebbe dovuto essere acida, ma non successe nulla e scoprimmo che l’Italia e la penisola iberica erano ormai fuori dalla portata delle emissioni tossiche, o almeno così ci dicevano dalla televisione. Chernobyl era stata sepolta in un sarcofago di cemento armato, ma l’insicurezza aleggiava ancora, una forma di angoscia latente e silenziosa. Il cielo non era più il cielo.

Poi una mattina, mentre portavo una carriola di letame lungo la strada che costeggiava la sponda del fiume, vidi volare un oggetto indefinito. Aveva la forma di un disco volante, ma ondeggiava senza senso. Sentii il boato una frazione di secondo dopo e lì per lì mi ricordai che la luce viaggia più veloce del suono. L’oggetto volante non identificato rimase in aria seguito da una scia di detriti indefiniti, poi sparì in una nuvola bianca e azzurra, un fungo che si disperse nell’aria in una manciata di piccoli sbuffi. Rimasi impietrito, con il mucchio di letame davanti e l’unica cosa che pensai fu: Chernobyl, qui, nella valle del Lambro, poi corsi in casa per telefonare e avvisare dell’emergenza, ma nessuno a parte me si era accorto di niente. Davanti all’apparecchio, già con in mano la cornetta, pensai al guardiacaccia, al fucile e alle munizioni, e lasciai perdere. Del resto, non avrei saputo nemmeno chi chiamare. Un disco volante? Era un mistero, ma questa volta a casa, proprio sull’altra sponda del fiume. E comunque la cavalleria non arriva mai, bisogna salvarsi da soli. Non chiamai nessuno, e non successe più nulla.

Quella sera, con l’afa opprimente che incombeva come una danza di fantasmi, guardavamo i fulmini che saettavano nel buio. Mentre contavamo i secondi che li separavano dai tuoni per misurare la distanza del temporale, qualcuno ci raccontò che era stata l’esplosione di un’autoclave nell’azienda chimica sull’altra sponda del fiume. C’erano stati quattro feriti, ma niente di grave. Il coperchio di due tonnellate era finito sul tetto di un garage vicino e l’aveva sfondato piombando su un camion. L’autista che stava salendo in cabina era rimasto con la portiera in mano, illeso ma frastornato. Le nuvole di vapore, a dispetto di quelle sovietiche, che non si sa bene dov’erano finite, evaporarono subito e sparirono, ma rimase qualcosa nell’aria. Un affanno, un dilemma, l’eco di una fine.