La primavera del 1986 stava fiorendo nel panico. Una minaccia invisibile gravava su di noi e c’era un messaggio ignoto trasportato dal vento. Il cielo sereno era un’incognita: non era chiaro cosa stava succedendo, e non si capiva quello che ci stavano dicendo. Chernobyl era diventato un enigma quotidiano. Le notizie erano nebulose di parole contorte. Parlavano di un incendio di tonnellate di grafite e zirconio, di gas rari e preziosi dispersi nell’atmosfera, di direzioni delle correnti e di variazioni meteorologiche, tutte variabili complesse e inestricabili. Nell’aria erano stati rilasciati krypton e xenon, iodio, tellurio e cesio, radio nuclidi e raggi gamma e sulle mappe l’Europa e l’Unione Sovietica erano accomunate dalla radioattività, che non conosce frontiere. Gli allarmi erano incessanti. La nube venefica andava a nord, le perturbazioni a sud. Le discussioni su neutroni, protoni ed elettroni, sulle cause dell’incidente, sugli effetti e sui possibili rimedi ci lasciavano attoniti. All’inizio di maggio, quando il pulviscolo si avvicinò al confine alpino, il divieto ministeriale di consumare le verdure fresche e il latte trasformò la precarietà in un’abitudine.
In comunità, il sostentamento veniva dalla terra, per noi e per gli animali che allevavamo. Avevamo problemi più immediati da risolvere. Come dovevamo lavare la lattuga? Potevamo usare le uova? I tuberi erano protetti nei loro rifugi sotterranei? Dovevamo mangiare. Misuravamo il tempo in base ai nostri bisogni, Chernobyl lo scandiva in dimensioni impossibili da immaginare. Diecimila anni. Noi pensavamo in termini di giorni, settimane, al massimo qualche mese per la gestazione dei maiali. Chernobyl aveva spaccato l’atomo e l’aveva sparso urbi et orbi. Il nostro spazio era lì, nell’ansa di un fiume, solo un ponte ci collegava al resto del mondo. Il divario non era solo stratosferico: era inconcepibile, e non sapevamo più cosa mettere in tavola, a parte il pane e le ultime fette di salame. Discutemmo l’idea di coprire le verdure, come se non esistesse le fotosintesi clorofilliana. Ragionavamo se il fieno fosse al riparo sotto il tetto di pannelli di eternit. Avevamo qualcosa di cui parlare, la paura, ma dovevamo anche tirare avanti, e restava la fame. Qualcuno decise di tuffarsi nel Lambro per pescare e tornò a riva con carpe, cavedani e un pesce gatto. Il fiume era limaccioso e il pesce era tutto incrostato di fango. Lo ributtammo dentro. Guardavamo ai movimenti delle foglie con apprensione: gli alberi mandavano segnali preoccupanti, come se tutta la natura fosse diventata velenosa e inaccessibile. La radioattività, vicina o lontana, insisteva ad alimentare un’insidia che, giorno dopo giorno, ci rivelava impotenti. Il cielo non dava risposte, continuava a brillare, vuoto, terso, limpido. Restava uno spazio libero, un orizzonte, l’unico, ma non era più innocente. Non sapevamo cosa conteneva.
Un giorno sentimmo degli spari, seguiti dal crepitio dei pallini che ricadevano sul tetto. Non era tempo di caccia e il piombo in arrivo era un gentile omaggio dei bracconieri, , giusto per non farci mancare niente. Spaventati, avevamo chiamato il guardiacaccia che era arrivato a mezzogiorno e aveva appoggiato fucile e cartucce sul tavolo della sala da pranzo. Non posso lasciarle in macchina, aveva detto. Visto l’arsenale, gli ospiti sparirono in un soffio, e rimasi solo con lui, l’arma lunga ed enorme e le munizioni. Gli mostrai una manciata di pallini di piombo che eravamo riusciti a recuperare e gli dissi che gli spari vicino agli animali era pericolosi. Lui li guardò schifato come se fossero caccole, ma scosse appena la testa. Gli offrii un caffè, gli chiesi se aveva sentore dei bracconieri, ma non rispose e se ne andò come era venuto, raccogliendo il fucile e le munizioni.
Dopo che furono rimossi i divieti sugli ortaggi e sul latte, e dopo la manifestazione di centomila persone contro il nucleare a Roma, Chernobyl venne soppiantata nelle notizie. Arrivarono i mondiali di calcio in Messico: l’Italia era già qualificata, avendo vinto quattro anni prima in Spagna, e tutti aspettavano di vedere Maradona all’opera. Rimaneva il sospetto, l’incertezza, il dubbio. Ogni tanto un aereo di linea lasciando una scia, un ghirigoro che cambiava un po’ il panorama per poi dissolversi nel nulla. La primavera cominciò ad allungarsi verso l’estate. Le giornate era infinite. Guardavamo il tramonto pensando al disastro nucleare, che era avvenuto proprio dall’altra parte. Arrivò la pioggia che avrebbe dovuto essere acida, ma non successe nulla e scoprimmo che l’Italia e la penisola iberica erano ormai fuori dalla portata delle emissioni tossiche, o almeno così ci dicevano dalla televisione. Chernobyl era stata sepolta in un sarcofago di cemento armato, ma l’insicurezza aleggiava ancora, una forma di angoscia latente e silenziosa. Il cielo non era più il cielo.
Poi una mattina, mentre portavo una carriola di letame lungo la strada che costeggiava la sponda del fiume, vidi volare un oggetto indefinito. Aveva la forma di un disco volante, ma ondeggiava senza senso. Sentii il boato una frazione di secondo dopo e lì per lì mi ricordai che la luce viaggia più veloce del suono. L’oggetto volante non identificato rimase in aria seguito da una scia di detriti indefiniti, poi sparì in una nuvola bianca e azzurra, un fungo che si disperse nell’aria in una manciata di piccoli sbuffi. Rimasi impietrito, con il mucchio di letame davanti e l’unica cosa che pensai fu: Chernobyl, qui, nella valle del Lambro, poi corsi in casa per telefonare e avvisare dell’emergenza, ma nessuno a parte me si era accorto di niente. Davanti all’apparecchio, già con in mano la cornetta, pensai al guardiacaccia, al fucile e alle munizioni, e lasciai perdere. Del resto, non avrei saputo nemmeno chi chiamare. Un disco volante? Era un mistero, ma questa volta a casa, proprio sull’altra sponda del fiume. E comunque la cavalleria non arriva mai, bisogna salvarsi da soli. Non chiamai nessuno, e non successe più nulla.
Quella sera, con l’afa opprimente che incombeva come una danza di fantasmi, guardavamo i fulmini che saettavano nel buio. Mentre contavamo i secondi che li separavano dai tuoni per misurare la distanza del temporale, qualcuno ci raccontò che era stata l’esplosione di un’autoclave nell’azienda chimica sull’altra sponda del fiume. C’erano stati quattro feriti, ma niente di grave. Il coperchio di due tonnellate era finito sul tetto di un garage vicino e l’aveva sfondato piombando su un camion. L’autista che stava salendo in cabina era rimasto con la portiera in mano, illeso ma frastornato. Le nuvole di vapore, a dispetto di quelle sovietiche, che non si sa bene dov’erano finite, evaporarono subito e sparirono, ma rimase qualcosa nell’aria. Un affanno, un dilemma, l’eco di una fine.


















