venerdì 11 settembre 2026

Marco Denti, "Un'aria pesante"


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La primavera del 1986 stava fiorendo nel panico. Una minaccia invisibile gravava su di noi e c’era un messaggio ignoto trasportato dal vento. Il cielo sereno era un’incognita: non era chiaro cosa stava succedendo, e non si capiva quello che ci stavano dicendo. Chernobyl era diventato un enigma quotidiano. Le notizie erano nebulose di parole contorte. Parlavano di un incendio di tonnellate di grafite e zirconio, di gas rari e preziosi dispersi nell’atmosfera, di direzioni delle correnti e di variazioni meteorologiche, tutte variabili complesse e inestricabili. Nell’aria erano stati rilasciati krypton e xenon, iodio, tellurio e cesio, radio nuclidi e raggi gamma e sulle mappe l’Europa e l’Unione Sovietica erano accomunate dalla radioattività, che non conosce frontiere. Gli allarmi erano incessanti. La nube venefica andava a nord, le perturbazioni a sud. Le discussioni su neutroni, protoni ed elettroni, sulle cause dell’incidente, sugli effetti e sui possibili rimedi ci lasciavano attoniti. All’inizio di maggio, quando il pulviscolo si avvicinò al confine alpino, il divieto ministeriale di consumare le verdure fresche e il latte trasformò la precarietà in un’abitudine.

In comunità, il sostentamento veniva dalla terra, per noi e per gli animali che allevavamo. Avevamo problemi più immediati da risolvere. Come dovevamo lavare la lattuga? Potevamo usare le uova? I tuberi erano protetti nei loro rifugi sotterranei? Dovevamo mangiare. Misuravamo il tempo in base ai nostri bisogni, Chernobyl lo scandiva in dimensioni impossibili da immaginare. Diecimila anni. Noi pensavamo in termini di giorni, settimane, al massimo qualche mese per la gestazione dei maiali. Chernobyl aveva spaccato l’atomo e l’aveva sparso urbi et orbi. Il nostro spazio era lì, nell’ansa di un fiume, solo un ponte ci collegava al resto del mondo. Il divario non era solo stratosferico: era inconcepibile, e non sapevamo più cosa mettere in tavola, a parte il pane e le ultime fette di salame. Discutemmo l’idea di coprire le verdure, come se non esistesse le fotosintesi clorofilliana. Ragionavamo se il fieno fosse al riparo sotto il tetto di pannelli di eternit. Avevamo qualcosa di cui parlare, la paura, ma dovevamo anche tirare avanti, e restava la fame. Qualcuno decise di tuffarsi nel Lambro per pescare e tornò a riva con carpe, cavedani e un pesce gatto. Il fiume era limaccioso e il pesce era tutto incrostato di fango. Lo ributtammo dentro. Guardavamo ai movimenti delle foglie con apprensione: gli alberi mandavano segnali preoccupanti, come se tutta la natura fosse diventata velenosa e inaccessibile. La radioattività, vicina o lontana, insisteva ad alimentare un’insidia che, giorno dopo giorno, ci rivelava impotenti. Il cielo non dava risposte, continuava a brillare, vuoto, terso, limpido. Restava uno spazio libero, un orizzonte, l’unico, ma non era più innocente. Non sapevamo cosa conteneva.

Un giorno sentimmo degli spari, seguiti dal crepitio dei pallini che ricadevano sul tetto. Non era tempo di caccia e il piombo in arrivo era un gentile omaggio dei bracconieri, , giusto per non farci mancare niente. Spaventati, avevamo chiamato il guardiacaccia che era arrivato a mezzogiorno e aveva appoggiato fucile e cartucce sul tavolo della sala da pranzo. Non posso lasciarle in macchina, aveva detto. Visto l’arsenale, gli ospiti sparirono in un soffio, e rimasi solo con lui, l’arma lunga ed enorme e le munizioni. Gli mostrai una manciata di pallini di piombo che eravamo riusciti a recuperare e gli dissi che gli spari vicino agli animali era pericolosi. Lui li guardò schifato come se fossero caccole, ma scosse appena la testa. Gli offrii un caffè, gli chiesi se aveva sentore dei bracconieri, ma non rispose e se ne andò come era venuto, raccogliendo il fucile e le munizioni. 

Dopo che furono rimossi i divieti sugli ortaggi e sul latte, e dopo la manifestazione di centomila persone contro il nucleare a Roma, Chernobyl venne soppiantata nelle notizie. Arrivarono i mondiali di calcio in Messico: l’Italia era già qualificata, avendo vinto quattro anni prima in Spagna, e tutti aspettavano di vedere Maradona all’opera. Rimaneva il sospetto, l’incertezza, il dubbio. Ogni tanto un aereo di linea lasciando una scia, un ghirigoro che cambiava un po’ il panorama per poi dissolversi nel nulla. La primavera cominciò ad allungarsi verso l’estate. Le giornate era infinite. Guardavamo il tramonto pensando al disastro nucleare, che era avvenuto proprio dall’altra parte. Arrivò la pioggia che avrebbe dovuto essere acida, ma non successe nulla e scoprimmo che l’Italia e la penisola iberica erano ormai fuori dalla portata delle emissioni tossiche, o almeno così ci dicevano dalla televisione. Chernobyl era stata sepolta in un sarcofago di cemento armato, ma l’insicurezza aleggiava ancora, una forma di angoscia latente e silenziosa. Il cielo non era più il cielo.

Poi una mattina, mentre portavo una carriola di letame lungo la strada che costeggiava la sponda del fiume, vidi volare un oggetto indefinito. Aveva la forma di un disco volante, ma ondeggiava senza senso. Sentii il boato una frazione di secondo dopo e lì per lì mi ricordai che la luce viaggia più veloce del suono. L’oggetto volante non identificato rimase in aria seguito da una scia di detriti indefiniti, poi sparì in una nuvola bianca e azzurra, un fungo che si disperse nell’aria in una manciata di piccoli sbuffi. Rimasi impietrito, con il mucchio di letame davanti e l’unica cosa che pensai fu: Chernobyl, qui, nella valle del Lambro, poi corsi in casa per telefonare e avvisare dell’emergenza, ma nessuno a parte me si era accorto di niente. Davanti all’apparecchio, già con in mano la cornetta, pensai al guardiacaccia, al fucile e alle munizioni, e lasciai perdere. Del resto, non avrei saputo nemmeno chi chiamare. Un disco volante? Era un mistero, ma questa volta a casa, proprio sull’altra sponda del fiume. E comunque la cavalleria non arriva mai, bisogna salvarsi da soli. Non chiamai nessuno, e non successe più nulla.

Quella sera, con l’afa opprimente che incombeva come una danza di fantasmi, guardavamo i fulmini che saettavano nel buio. Mentre contavamo i secondi che li separavano dai tuoni per misurare la distanza del temporale, qualcuno ci raccontò che era stata l’esplosione di un’autoclave nell’azienda chimica sull’altra sponda del fiume. C’erano stati quattro feriti, ma niente di grave. Il coperchio di due tonnellate era finito sul tetto di un garage vicino e l’aveva sfondato piombando su un camion. L’autista che stava salendo in cabina era rimasto con la portiera in mano, illeso ma frastornato. Le nuvole di vapore, a dispetto di quelle sovietiche, che non si sa bene dov’erano finite, evaporarono subito e sparirono, ma rimase qualcosa nell’aria. Un affanno, un dilemma, l’eco di una fine.

giovedì 10 settembre 2026

Valerio Bricca: "2135"


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        Non era certo quella che si può definire una splendida mattina estiva. Una nebbiolina, a tratti viola, fucsia e persino un po’ gialla, si alzava dai campi aridi che circondavano l’alta palizzata metallica della Comunità. Dalla torretta di controllo arrivò una voce.

«Ne arriva un altro. È solo, apri.»

Aperto il pesante portone, una figura emaciata, sporca e coperta di ematomi e piaghe si accasciò senza forze davanti all’ingresso.

«Tranquillo, amico, sei arrivato nel posto giusto.»

Poi, aiutato da un altro giovane, sollevarono il nuovo arrivato e lo adagiarono su una specie di sedia a rotelle ricavata da una carriola, tutta ferro e saldature grossolane.

«Ti piace la nostra lettiga? Noi la chiamiamo FerraRino: l’aveva costruita un ospite che si chiamava Rino.» E risero entrambi alla scontata battuta.

«Dai, fatti forza. Adesso in infermeria ti sistemano.»

L’infermeria era un ampio locale attrezzato con lettino, poltrona, monitor e strumenti strani: più una sala tecnologica che una stanza d’ospedale.

«Adesso lavati per bene: lì c’è tutto, sapone, shampoo e asciugamano. Poi mettiti questa tuta pulita. Ti aspetto; sbrigati: prima fai, prima starai bene.»

Dopo una doccia faticosa lo sistemarono sulla poltrona semovibile. Abbassato lo schienale, gli collegarono un gran numero di terminali con fili e pinze colorate. Poco dopo, terminata la scansione, quello che doveva essere un medico, o forse un sistemista informatico, si pronunciò.

«Niente di nuovo sotto il sole. Per fortuna hai il chip installato: da qui si rileva il tuo stato di salute. Pessimo, per intenderci, ma nulla di non risolvibile, visto che ti hanno lasciato tutti gli organi. Adesso modifichiamo qualche piccolo parametro nel tuo DNA e tra un paio d’ore starai bene. L’unico dubbio è se hai già fatto questa operazione più di tre volte: in quel caso non posso procedere. Le tue piaghe dovremmo curarle con i rimedi della nonna: punture di antibiotici, creme cortisoniche e così via. Allora ci vorranno pazienza e tempo, tanto tempo.»

«No, non sono mai stato curato con la medicina genetica. Ne avevo sentito parlare, ma non sapevo che anche voi...» Non finì la frase: chiuse gli occhi, forse svenuto.

Gli altri due ragazzi, nel frattempo usciti dall’infermeria, correvano spingendo la carrozzina FerraRino fino al limite della Comunità.

        Tutto intorno era brullo e le piante avevano forme strane e contorte: sembrava che, più che cercare la luce del sole, volessero nascondersi, affondando i rami nella terra per sottrarsi a quella luminosità malata. Il sole, ormai alto nel cielo, era solo una minaccia, un grande pericolo: i suoi raggi provocavano ustioni gravi e inguaribili. Tutti erano coperti con tute bianche dalla testa ai piedi e gli occhi protetti da occhialoni spessi e scuri.

Lasciata la carrozzina, si diressero verso un gruppo di ragazzi intenti a spingere una carriola o a trasportare cassette di verdure.

«Ehi, avete già raccolto tutto stamattina? E le uova e il latte?»

“Tutto fatto, adesso stanno pulendo”

Alle loro spalle si ergevano grandi serre scure, chiuse alla luce del sole e illuminate all’interno da lampade artificiali. A terra crescevano coltivazioni di ortaggi, grano e alberi da frutto. In fondo, stalle e pollai.

«Bene, allora andiamo a raccogliere legna.»

Si unirono ad altri gruppi di ragazzi che stavano tagliando e sistemando tronchi in vari mucchi ai bordi della palizzata metallica. Poi, arrivata l’ora di pranzo, si recarono tutti nel locale mensa.

Abramo, il vecchio custode e vero capo della comunità li aspettava contandoli all’entrata.

Una volta seduti, prese la parola.

«Un altro ospite è arrivato. Mi dicono che sta già meglio e oggi sarà con noi. Inutile chiedere il nome: siete, siamo tutti uguali davanti a questo dolore che è diventato il nostro mondo e la nostra vita. Siamo identici sotto queste tute e questi occhiali; siamo gli stessi che urlano la loro voglia di farcela e di sopravvivere a questo mondo malato. A distinguerci deve essere il desiderio di aiutarci e volerci bene, non un nome.» Poi, rivolgendosi al nuovo arrivato, aggiunse:

«Qui non chiediamo chi siete, cosa avete fatto o di cosa abbiate abusato fuori da qui. Vi chiediamo di avere speranza per darci speranza.» Dopo una pausa continuò: «Oggi pomeriggio darai una mano a raccogliere legna per i fuochi, unica salvezza contro i mostri della notte.»

Rapidamente, prima del previsto, il sole sparì all’orizzonte e un cielo buio, opprimente e senza stelle coprì tutta la vita, o quello che ne era rimasto.

«Accendete i fuochi, stanno arrivando!»

In breve, tutti si adoperarono per l’accensione. Le fiamme salivano alte con i loro colori innaturali, come la nebbia del mattino e i raggi del sole. Parevano fuochi artificiali, simili alle luci stroboscopiche di vecchie discoteche. Nel piazzale al centro della Comunità, un rogo ancora più grande veniva alimentato anche con un liquido che emanava un forte odore di acetone.

Abramo, il grande vecchio, si accarezzava la barba guardando il cielo. Dopo poco sentì urlare dalle torrette:

«Arrivano, arrivano! Alzate il fuoco!»

Dal cielo nero, un nugolo di droni dalle forme di grandi uccelli volò , starnazzando, verso la Comunità, assetato del sangue ancora umano dei ragazzi. 

«Vedi», diceva Abramo al nuovo arrivato, «non vogliono la nostra morte; altrimenti ci sparerebbero qualche proiettile radioattivo. Vogliono il nostro sangue, i nostri organi, per portarli nei laboratori che aiuteranno il potere a dispensare salute. Ormai un po’ di sangue umano, un cuore o un polmone valgono più di tutto l’oro e il petrolio del mondo messi assieme.»

Gli uccellacci grigi, verdi, gialli o semplicemente color metallo si erano fermati ai bordi della Comunità, respinti dal calore del fuoco o dall’odore intenso di acetone. Saltavano lungo la palizzata, poi tornavano a volare sopra il recinto, ma il calore delle fiamme e soprattutto le nuvole di fumo li abbattevano come moscerini: innumerevoli dispositivi robotici giacevano distrutti ai piedi della recinzione.

Abramo, una volta tranquillizzato dall’evolversi dei fatti, chiamò a sé tutti i ragazzi.

«Ascoltate tutti. Ricordate che questo fuoco non è altro che una semplice ma risolutiva risposta all’ingiustizia che sta fuori. È la nostra speranza che ci fa andare avanti e vincere contro il male. Siamo noi che dobbiamo tenerlo vivo e alimentare questa fiducia giorno dopo giorno, notte dopo notte.»

Fece una pausa, guardando tutti gli ospiti che restavano silenziosi ad ascoltare la voce della speranza.

«Fuori di qui, quando uscirete rimessi a nuovo, ci saranno i canti delle sirene che vi chiameranno con i suoni della Tantramusic, con profumi sintetici di droghe o di sesso: tutto quello che lo spirito di un uomo possa desiderare. Tutto quello che vedrete vi incanterà, ma sono solo richiami artificiali, note di una musica ingannatrice e che esiste solo nella vostra mente, e questo, il nuovo potere, gli Esorobot, lo sanno. Vi costringeranno, con l’inganno, a cedere parte di voi, la vostra mente, il vostro cuore e i vostri organi ancora sani, a loro e ai loro bisogni.»

A questo punto tutti erano intimoriti; si sentivano solo le urla degli uccellacci che agonizzavano.

«Tutti assieme dobbiamo tenere acceso il fuoco della speranza, ogni sera, ogni notte, per tutta la vita e anche dopo, ma possiamo farlo solo con il vostro aiuto. Quando andrete via dovrete essere forti per non farvi trascinare dai nuovi canti delle sirene. Se non ce la farete e cadrete ancora, noi vi aspetteremo sempre: una, dieci o mille volte. Voi cercate questo fuoco e queste fiamme che terranno lontane le vostre paure. Noi ci saremo.»

mercoledì 9 settembre 2026

Il Pellicano in festa!


Per la tradizionale festa del Pellicano quest'anno abbiamo un programma bello e impegnativo (a partire dal menù) che impareremo a conoscere nel dettaglio da qui a domenica 20 settembre, ma intanto cominciamo a segnare il nostro anniversario: trentacinque anni ininterrotti di solidarietà, terra, pane e pace. Come sempre, non ci sono inviti o prenotazioni: le porte sono aperte, portate solo un sorriso, e l'appetito. 

martedì 8 settembre 2026

Le chiavi del silenzio...

Le chiavi del silenzio aprono le porte alla vita, ascolta il crescere degli alberi le grandi chiome, le forte radici l’impasto di terra acqua e aria, ascolta il suono dei passi sulla terra, la terra ti risponde per moto contrario nel dialogo di movimento e peso, nel gesto di cura dei sensi ascolta il tempo millenario del cielo, la specola dell’interiorità fatta mondo”. [Per voce sola XVI (Harmonielehre), tratto da Tactus di Amedeo Anelli, Avagliano Poesia, Roma 2026]

giovedì 3 settembre 2026

Michele Casiraghi presenta "Lasciati assalire"


Siamo felicissimi di presentare il romanzo d'esordio di Michele Casiraghi, Lasciati assalire (Manni, 144 pagine, 17,50 euro), una storia singolare e sorprendente che tocca temi delicati e impegnativi con una sua particolare grazia: un falco pellegrino e il suo falconiere raccontano la propria esistenza in un’alternanza di flussi di coscienza e scene venatorie, compagni di caccia e sogni. Le due identità sembrano a tratti confondersi diventando indistinguibili. È un’educazione alla convivenza in cui l’animale impara ad adattarsi ai ritmi del suo padre-carceriere e scopre di amarlo, così come accade all’uomo, il quale guarda con orgoglio il falco che si perfeziona come predatore. Quasi fossero sedute di psicoanalisi, sono costretti a confrontarsi con ciò che sono, fino a una mutazione che apre alla possibilità di liberarsi dalle proprie catene e diventare altro. Del resto, conosciamo benissimo la sensibilità e la creatività di Michele che in comunità ha realizzato il bellissimo e pluripremiato cortometraggio Adesso come adesso e ci aspettiamo che ci stupisca ancora raccontandoci come è nato e come si è sviluppato Lasciati assalire. Intanto, segnatevi la data, visto che la presentazione di Michele Casiraghi inaugura un po' la festa della comunità.

martedì 25 agosto 2026

35 anni di Pellicano!

E domenica 20 settembre festeggeremo i trentacinque (35) anni della comunità Il Pellicano: è una lunga, bella e impegnativa esperienza ma ci sentiamo ancora all’inizio perché, come ha detto Peppo Castelvecchio, rimane “importante pensare e immaginare un futuro di risposte, di gesti, di visioni, che restino nell’ambito e nelle dimensioni di un’umanità libera e solidale”.

Viaggiare a impatto zero!


“Essere coraggiosi, osare, lasciare il segno. Ecco il trucco. Non proprio cambiare il mondo, soltanto il pezzettino intorno a te” scriveva David Nicholls in Un giorno ed è forse la miglior sintesi dei nostri numerosi progetti, tutti votati alla concretezza di scelte lungimiranti e con una precisa percezione del futuro incombente: quest'estate è arrivata la Ford Puma in un brillante giallo acquistata grazie al progetto Viaggiare a impatto zero per cui cogliamo ancora una volta l'occasione per ringraziare per la condivisione e in particolare la Fondazione Comunitaria della Provincia di Lodi per il contributo.

domenica 23 agosto 2026

L'estate è passata!


Quantità e qualità da record per la passata di quest'anno, conviene affrettarsi a prenderla e/o prenotarla.

giovedì 30 luglio 2026

Buona estate!


Buona estate, e ricordiamo ancora che la festa della comunità Il Pellicano quest'anno si terrà domenica 20 settembre.

mercoledì 29 luglio 2026

La saga della passata


La saga della passata quest'anno si è fatta particolarmente avvincente: qualità super, quantità record grazie all'impegno e al lavoro continuo dei volontari e degli ospiti della comunità Il Pellicano.

lunedì 27 luglio 2026

Il bello dell'estate

La nostra passata è molto meno che a chilometro zero ed è gustosissima, ma se volete mettervi alla prova e farvela in proprio, abbiamo anche i pomodori, sempre alla stessa, minima distanza: naturali, spontanei e croccanti al punto giusto.


giovedì 23 luglio 2026

Compiti per le vacanze

I compiti per le vacanze: qui Peppo Castelvecchio ha appena ricevuto le primissime bozze del suo prossimo libro che racconta la storia di una coloratissima arca di Noè, ancora tutta da scoprire. Ottimo!

mercoledì 22 luglio 2026

Pomodori in arrivo

Pomodori in dirittura d'arrivo, abbondanti e fragranti, e si preannuncia una grande stagione anche per la passata.