giovedì 10 settembre 2026

Valerio Bricca: "2135"


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        Non era certo quella che si può definire una splendida mattina estiva. Una nebbiolina, a tratti viola, fucsia e persino un po’ gialla, si alzava dai campi aridi che circondavano l’alta palizzata metallica della Comunità. Dalla torretta di controllo arrivò una voce.

«Ne arriva un altro. È solo, apri.»

Aperto il pesante portone, una figura emaciata, sporca e coperta di ematomi e piaghe si accasciò senza forze davanti all’ingresso.

«Tranquillo, amico, sei arrivato nel posto giusto.»

Poi, aiutato da un altro giovane, sollevarono il nuovo arrivato e lo adagiarono su una specie di sedia a rotelle ricavata da una carriola, tutta ferro e saldature grossolane.

«Ti piace la nostra lettiga? Noi la chiamiamo FerraRino: l’aveva costruita un ospite che si chiamava Rino.» E risero entrambi alla scontata battuta.

«Dai, fatti forza. Adesso in infermeria ti sistemano.»

L’infermeria era un ampio locale attrezzato con lettino, poltrona, monitor e strumenti strani: più una sala tecnologica che una stanza d’ospedale.

«Adesso lavati per bene: lì c’è tutto, sapone, shampoo e asciugamano. Poi mettiti questa tuta pulita. Ti aspetto; sbrigati: prima fai, prima starai bene.»

Dopo una doccia faticosa lo sistemarono sulla poltrona semovibile. Abbassato lo schienale, gli collegarono un gran numero di terminali con fili e pinze colorate. Poco dopo, terminata la scansione, quello che doveva essere un medico, o forse un sistemista informatico, si pronunciò.

«Niente di nuovo sotto il sole. Per fortuna hai il chip installato: da qui si rileva il tuo stato di salute. Pessimo, per intenderci, ma nulla di non risolvibile, visto che ti hanno lasciato tutti gli organi. Adesso modifichiamo qualche piccolo parametro nel tuo DNA e tra un paio d’ore starai bene. L’unico dubbio è se hai già fatto questa operazione più di tre volte: in quel caso non posso procedere. Le tue piaghe dovremmo curarle con i rimedi della nonna: punture di antibiotici, creme cortisoniche e così via. Allora ci vorranno pazienza e tempo, tanto tempo.»

«No, non sono mai stato curato con la medicina genetica. Ne avevo sentito parlare, ma non sapevo che anche voi...» Non finì la frase: chiuse gli occhi, forse svenuto.

Gli altri due ragazzi, nel frattempo usciti dall’infermeria, correvano spingendo la carrozzina FerraRino fino al limite della Comunità.

        Tutto intorno era brullo e le piante avevano forme strane e contorte: sembrava che, più che cercare la luce del sole, volessero nascondersi, affondando i rami nella terra per sottrarsi a quella luminosità malata. Il sole, ormai alto nel cielo, era solo una minaccia, un grande pericolo: i suoi raggi provocavano ustioni gravi e inguaribili. Tutti erano coperti con tute bianche dalla testa ai piedi e gli occhi protetti da occhialoni spessi e scuri.

Lasciata la carrozzina, si diressero verso un gruppo di ragazzi intenti a spingere una carriola o a trasportare cassette di verdure.

«Ehi, avete già raccolto tutto stamattina? E le uova e il latte?»

“Tutto fatto, adesso stanno pulendo”

Alle loro spalle si ergevano grandi serre scure, chiuse alla luce del sole e illuminate all’interno da lampade artificiali. A terra crescevano coltivazioni di ortaggi, grano e alberi da frutto. In fondo, stalle e pollai.

«Bene, allora andiamo a raccogliere legna.»

Si unirono ad altri gruppi di ragazzi che stavano tagliando e sistemando tronchi in vari mucchi ai bordi della palizzata metallica. Poi, arrivata l’ora di pranzo, si recarono tutti nel locale mensa.

Abramo, il vecchio custode e vero capo della comunità li aspettava contandoli all’entrata.

Una volta seduti, prese la parola.

«Un altro ospite è arrivato. Mi dicono che sta già meglio e oggi sarà con noi. Inutile chiedere il nome: siete, siamo tutti uguali davanti a questo dolore che è diventato il nostro mondo e la nostra vita. Siamo identici sotto queste tute e questi occhiali; siamo gli stessi che urlano la loro voglia di farcela e di sopravvivere a questo mondo malato. A distinguerci deve essere il desiderio di aiutarci e volerci bene, non un nome.» Poi, rivolgendosi al nuovo arrivato, aggiunse:

«Qui non chiediamo chi siete, cosa avete fatto o di cosa abbiate abusato fuori da qui. Vi chiediamo di avere speranza per darci speranza.» Dopo una pausa continuò: «Oggi pomeriggio darai una mano a raccogliere legna per i fuochi, unica salvezza contro i mostri della notte.»

Rapidamente, prima del previsto, il sole sparì all’orizzonte e un cielo buio, opprimente e senza stelle coprì tutta la vita, o quello che ne era rimasto.

«Accendete i fuochi, stanno arrivando!»

In breve, tutti si adoperarono per l’accensione. Le fiamme salivano alte con i loro colori innaturali, come la nebbia del mattino e i raggi del sole. Parevano fuochi artificiali, simili alle luci stroboscopiche di vecchie discoteche. Nel piazzale al centro della Comunità, un rogo ancora più grande veniva alimentato anche con un liquido che emanava un forte odore di acetone.

Abramo, il grande vecchio, si accarezzava la barba guardando il cielo. Dopo poco sentì urlare dalle torrette:

«Arrivano, arrivano! Alzate il fuoco!»

Dal cielo nero, un nugolo di droni dalle forme di grandi uccelli volò , starnazzando, verso la Comunità, assetato del sangue ancora umano dei ragazzi. 

«Vedi», diceva Abramo al nuovo arrivato, «non vogliono la nostra morte; altrimenti ci sparerebbero qualche proiettile radioattivo. Vogliono il nostro sangue, i nostri organi, per portarli nei laboratori che aiuteranno il potere a dispensare salute. Ormai un po’ di sangue umano, un cuore o un polmone valgono più di tutto l’oro e il petrolio del mondo messi assieme.»

Gli uccellacci grigi, verdi, gialli o semplicemente color metallo si erano fermati ai bordi della Comunità, respinti dal calore del fuoco o dall’odore intenso di acetone. Saltavano lungo la palizzata, poi tornavano a volare sopra il recinto, ma il calore delle fiamme e soprattutto le nuvole di fumo li abbattevano come moscerini: innumerevoli dispositivi robotici giacevano distrutti ai piedi della recinzione.

Abramo, una volta tranquillizzato dall’evolversi dei fatti, chiamò a sé tutti i ragazzi.

«Ascoltate tutti. Ricordate che questo fuoco non è altro che una semplice ma risolutiva risposta all’ingiustizia che sta fuori. È la nostra speranza che ci fa andare avanti e vincere contro il male. Siamo noi che dobbiamo tenerlo vivo e alimentare questa fiducia giorno dopo giorno, notte dopo notte.»

Fece una pausa, guardando tutti gli ospiti che restavano silenziosi ad ascoltare la voce della speranza.

«Fuori di qui, quando uscirete rimessi a nuovo, ci saranno i canti delle sirene che vi chiameranno con i suoni della Tantramusic, con profumi sintetici di droghe o di sesso: tutto quello che lo spirito di un uomo possa desiderare. Tutto quello che vedrete vi incanterà, ma sono solo richiami artificiali, note di una musica ingannatrice e che esiste solo nella vostra mente, e questo, il nuovo potere, gli Esorobot, lo sanno. Vi costringeranno, con l’inganno, a cedere parte di voi, la vostra mente, il vostro cuore e i vostri organi ancora sani, a loro e ai loro bisogni.»

A questo punto tutti erano intimoriti; si sentivano solo le urla degli uccellacci che agonizzavano.

«Tutti assieme dobbiamo tenere acceso il fuoco della speranza, ogni sera, ogni notte, per tutta la vita e anche dopo, ma possiamo farlo solo con il vostro aiuto. Quando andrete via dovrete essere forti per non farvi trascinare dai nuovi canti delle sirene. Se non ce la farete e cadrete ancora, noi vi aspetteremo sempre: una, dieci o mille volte. Voi cercate questo fuoco e queste fiamme che terranno lontane le vostre paure. Noi ci saremo.»

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